Archive for the ‘Scazzo’ Category

Dare al pubblico ciò che si aspetta.

novembre 8, 2010

“Il reverendo Custer sta impazzendo! Andiamo a vedere, forse si masturberà sulla Bibbia o darà di matto!”.
E invece no. Sono ancora qui, pronto a prendervi a calci in culo.

Death list Five

novembre 5, 2010

A voi,

che avete avuto un ruolo nella mia vita, a volte importante, a volte di passaggio. A voi, che avete lasciato una traccia in me e che avete aiutato a farmi diventare come sono. A voi, che avete pensato che fossi qui, pronto ad accettare qualsiasi cosa diceste e faceste, in nome di una visione personale e distorta di un’amicizia. A voi, che oggi saluto. Non sparirò, no, perché so che non è tempo e ci sono ancora tante cose da fare. Ci sarò e vi sorriderò, perché è così che mi ha insegnato la mamma: educazione e rispetto per tutti, anche per chi non lo merita.
Ma dietro quel sorriso non ci sarà calore, non ci sarà affetto, non ci sarà interesse. Sarete il patetico déjà vu di una relazione che è stata bella, finché c’è stato sentimento, o anche solo interessante, finché non ho capito chi eravate veramente. Dietro quel sorriso ci sarà la stessa pazienza che si ha per il tizio che ti ferma per strada per darti un volantino, per il cliente che ti tiene al telefono quando hai altre mille cose da fare, per il vecchietto che guida l’automobile con esasperante lentezza e vi impedisce di superarlo.
Per alcuni di voi ci sarà vendetta. Per altri ci sarà peggio, ci sarà indifferenza.
A te, piccola bambina, alle tue risate squillanti, al tuo insopportabile puttaneggiare per insicurezza, mentre vesti rosa confetto e dici che sei serena, mentre si allunga lista di cicatrici che hai scelto di infliggerti, per spirito di emulazione e per mancanza di autostima.
A te, debole ometto, al tuo sguardo fuggente, al tuo sorriso timido, alla tua insana mancanza di palle, al tuo dare pacche sulle spalle, alla ricerca del punto dove piazzare il coltello. Non è un addio, è un arrivederci. E il rivederci, per me, sarà dolce, perché per te non lo sarà
A te, pazza lunatica, al tuo importi urlando più forte, minacciando le persone più deboli, a battere i pugni sul tavolo, dietro la sicurezza di uno schermo, riparata dai flussi della rete. A te che parli di uccidere e strappare cuori e di male, quando sei l’esatta incarnazione della malvagità insita in ognuno di noi. Ti sono grato, perché guardando te mi rendo conto che non sono poi la persona peggiore del mondo. Ora muori.
A te, occhi falsi, che mi ha tenuto la mano e mi hai dato una carezza, per poi colpirmi quando ho abbassato la guardia, preferendo ascoltare le parole che una serpe ti ha sussurrato nelle orecchie, anzichè parlarne con me e sentire se avevo qualcosa da dire. A te, che hai preferito farmi la morale e dirmi quale persona orribile sono, dall’alto di tradimenti fatti e consumati, dal basso di errori fatti insieme.
A te, infine, egoista truccata da amica. A te, che sei forse la peggiore di tutti gli altri. A te, che sei stata incapace, un’altra volta, una volta di troppo, di spogliarti del tuo egoismo, della tua arroganza, della tua immaturità. A te, che vesti i tuoi abiti da principessa viziata da così tanto tempo che le tue parole di affetto sono ormai diventate una formula rituale, come il tè e l’inchino davanti al re. A te, che sei la prima della mia lista e che, da oggi, sarai l’ultima dei miei pensieri.
A voi, amici e conoscenti. E’ stato bello. Sarà ancora bello perché sono bravo a mentire. Fino al giorno in cui vi volterete a cercarmi. E io non ci sarò più.

It’s me against myself

ottobre 26, 2010

Sono seduto qui. Ho la mia giacca e la mia cravatta. Ho i rituali del mio sabato. Ho la 360 e Red Dead Redemption. So che ci posso giocare fino alle 12.30, poi pranzo. Ho la lista della spesa. So che ci posso andare dopo il lavoro. Se ci vado prima devo poi lasciare da qualche parte le cose che potrebbero andare a male, tipo le mozzarelle. Ho il club magico, il martedi. Il cinema mercoledi o venerdi. A volte la domenica, ma è difficile. Il lunedi il giro in edicola.

Sono in piedi. Ho un tatuaggio sul braccio. La mia vita è organizzata su base giornaliera. Non faccio la spesa da una settimana. Non guardo televisione da un mese. Non so quanti e quali film mi sono perso. Ho ricominciato a scrivere. Mangio poco. Dormo poco. Fumo. Oggi no. Domani tre. Dopodomani chissà. Bevo. Non ho bruciori di stomaco. Non so cosa farò domani, a parte il lavoro.

Sono seduto qui. Allento la cravatta, perché è un gesto che mi fa sentire più libero. Rimetto l’anello che ho tolto, perché al lavoro non sono contenti che lo porti al pollice e quando ci sono i grandi capi lo levo.

Sono in piedi. Ho saltato la cena. Non ho fame. Passo della crema sul tatuaggio. Indosso il bracciale di cuoio. Stiro e guardo puntate di Californication come se non ci fosse un domani. Mando romanzi a case editrici.

Sono seduto qui. Prendo la pistola che è poggiata sul tavolino. Domani faccio apertura alle otto. Dopo vado a fare la spesa. Poi ho il cinema. Dopo domani vengono gli operai. Poi faccio il turno di chiusura. Venerdi faccio apertura. Il pomeriggio parto. Benzina. Casello. Caos.

Sono in piedi. E se prendessi cinese? O pizza? O niente. Mi bevo una coca cola e basta. O magari mi attacco alla vodka. Ci sono altre case editrici da contattare. Deciderò. Dopo. Sul momento. Perché è giusto così. Perché non devo rilassarmi. Se mi rilasso, perdo il controllo.

Sono seduto qui. Il freddo metallo della pistola si scalda rapidamente, al tocco della mia mano. Devo decidere come organizzare gli orari del riscaldamento, perché fa freddo, qui dentro.

Sono in piedi. Fa freddo, è vero. Accendo. Spengo prima di andare a dormire. Magari domani tengo spento, dipende dal tempo. Il tempo di domani, quando ci sarò. Nell’istante stesso. Prendo la pistola che tenevo infilata nei pantaloni, dietro la schiena.

Sono seduto qui. Ho già pensato cosa fare, dopo. A cosa fare nei prossimi giorni, a come comportarmi. A cosa fare a Natale. A Capodanno.

Sono in piedi. E mi guardo. E provo disgusto. E’ come vedere il proprio riflesso in uno specchio deformante. E’ come avere un incubo di quelli brutti e svegliarti con l’ansia, sudato, il fiato mozzo, la sensazione che l’incubo non sia finito.

Sono seduto qui. Mi odio. Non ero più così. Credevo di essermi liberato di me, di avermi domato. E invece sono ancora lì, con quell’aria insoddisfatta, come se fosse tutta colpa mia e non mia

Sono in piedi. Rilascio la sicura.

Sono seduto qui. Punto l’arma.

Sono in piedi. Stallo alla messicana.

Sono seduto qui. O io o io avrò il coraggio di premere. Non tutti e due.

Sono in piedi. Ti odio.

Sono seduto qui. Mi fai schifo.

C’è uno sparo.

Il mio ultimo mese e mezzo in un video.

ottobre 12, 2010

E io non sono Tony Jaa. Io sono i thug. Tutti.

Pagliacci

settembre 28, 2010

Un uomo va dal dottore. È depresso. Dice che la vita gli sembra dura e crudele. Dice che si sente solo in un mondo che lo minaccia e ciò che lo aspetta è vago e incerto. Il dottore dice: “La cura è semplice. In città c’è il grande clown Pagliacci. Vallo a vedere e ti tirerà su”. L’uomo scoppia in lacrime. “Dottore”, dice, “Pagliacci sono io”. Buona questa.  Tutti ridono. Rulli di tamburi. Sipario.

Quello che guida sono io

settembre 22, 2010

Un uomo è in macchina, sull’autostrada. Improvvisamente una macchina gli viene addosso, in contromano. La schiva, ma prima che possa dire qualsiasi cosa, una seconda macchina arriva, sempre in contromano. La schiva e poi ne schiva una terza e una quarta.
Alla radio passa un messaggio che dice di fare attenzione, che in autostrada c’è un matto che guida in contromano. E l’uomo urla, mentre schiva auto:  “Un matto? Qui sono tutti matti!”.

46 /2

settembre 21, 2010

She’s not a girl who misses much
Do do do do do do, oh yeah
She’s well acquainted with the touch of the velvet hand
Like a lizard on a window pane
The man in the crowd with the multicoloured mirrors
On his hobnail boots
Lying with his eyes while his hands are busy
Working overtime
A soap impression of his wife which he ate
And donated to the National Trust
I need a fix ‘cause I’m going down
Down to the bits that I left uptown
I need a fix cause I’m going down
Mother Superior jumped the gun
Mother Superior jumped the gun
Mother Superior jumped the gun
Mother Superior jumped the gun
Mother Superior jumped the gun
Mother Superior jumped the gun
Happiness (is a warm gun)
Bang Bang Shoot Shoot
Happiness (is a warm gun, momma)
Bang Bang Shoot Shoot
When I hold you in my arms
(Oooooooooh, oh yeah! )
And when I feel my finger on your trigger
(Oooooooooh, oh yeah! )
I know nobody can do me no harm
(Oooooooooh, oh yeah! )
Happiness (is a warm gun, momma)
Bang Bang Shoot Shoot
Happiness (is a warm gun)
Bang Bang Shoot Shoot
Yes it is, gun!
Happiness (is a warm gun)
Bang Bang Shoot Shoot
Happiness (is a warm gun) is a warm gun, yeeeaahhh!

Titoli di coda.

settembre 20, 2010

Ma alla fine Monty Brogan si sveglia e la 25a ora finisce.

Mi innamoravo di tutto.

settembre 10, 2010

Guardo la sigaretta che ho tra le dita, mentre il fumo mi rotola dentro la bocca, e mi chiedo com’è che non ho mai preso il vizio. Da un certo punto di vista è un bene. Non sono uno da vie di mezzo. O non fumo o consumo tre pacchetti al giorno; di quelle relazioni malsane, che finiscono con l’ultima sigaretta della giornata fumata solo perché vuoi fumare, anche se ormai il sapore della nicotina ti ha catramato tutta la bocca e, sotto sotto, ti disgusta.
Il gesto del fumo, per contro, ha un qualche potere rilassante, su di me. Non inspiro, ho polmoni semi vergini, tengo in bocca e sputo fuori. A volte mi concedo il lusso di espirare dal naso.
Ma quello tra me e le sigarette che, saltuariamente, scrocco a qualcuno, è un rapporto che non ha niente a che vedere, con la vollutà. Gli psicologi la chiamerebbero fissazione orale, probabilmente. Io penso che, per anni, ho incarnato nel fumo un difetto e che prendermi la libertà di essere volontariamente difettoso, di tanto in tanto, in qualche modo mi rilassa. Di solito collima con i periodi bui, con le giornate spiacevoli, con le situazioni tese. Mi accendo una sigaretta, sapendo che non mi piacerà il sapore, disprezzando l’effetto che ha sul fisico di tante persone – anche sul mio? Forse – e poi prendo una boccata. E’ come mettersi davanti al mondo e dire che sono lì e sto fumando. Che gli piaccia o no.

Una generazione di cerebrolese

luglio 18, 2010

I diari scolastici erano una miniera di frasi tratte dai Baci Perugina e dai peggio libri new age (Il gabbiano Johnatan Livingstone? Nessun luogo è lontano?). E si trovavano in tutti i diari. Tutti. E ce n’era una terribile che girava: “Quando lui ti lascerà, urla “America”, perché potrai dire che siete stati uniti”. Io giuro che se ci ripenso mi convinco che quello della Columbine doveva averla letta pure lui.