Na Trioblòidi

Mi siedo sulla panchina e parlo. Parlo a lungo, con voce pacata. Esprimo quello che penso sia la cosa migliore, quello che il cosidetto raziocinio mi spinge a considerare come la soluzione più giusta.
Parlo di futuro e poco di passato. Parlo del presente complesso. Parlo di ipotesi che non possono avverarsi, ma ne parlo perché enunciandole le faccio vivere, seppure per poco, anche se si spegneranno velocemente.
E ascolto. Ascolto parole che non mi aspettavo e commenti che mi lasciano sorpreso. Percepisco le emozioni dalla voce che trema, perché si emoziona o perché ride.
Poi parlo ancora. E c’è un attimo in cui, finalmente, sto zitto e in cui non devo neanche ascoltare. Che l’unica a parlare è la brezza che mi sfiora, come a dirmi che sono stato molto saggio e che sto salvando tanto.
Dentro di me c’è il mio istinto che ruggisce e si dimena. Ci sono pugni e calci e ossa rotte. C’è il me che ho messo a tacere, a un certo punto della mia vita, perché tutto quello che voleva fare era legato a imprecisi futuri e a troppe variabili. Ora vuole parlare e dirmi che la brezza non capisce un cazzo. Che io non capisco un cazzo. Che lui, invece, ha capito tutto e che, se lo ascoltassi, saremmo entrambi molto più felici di ora.
Ma non gli do la possibilità di parlare. Non oggi. Perché quello che non sa, quello che non afferra, è che non è di me che sto parlando. Sto parlando di lei. E’ lei che conta.
Mi alzo dalla panchina e mi allontano. Mi piacerebbe essere Gary Cooper che si allontana al tramonto, ma ho l’impressione di avere le spalle curve. Dentro di me, il mio istinto bestemmia. Non lo ascolto.

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