31 film / 22

A history of violence (David Cronenberg, 2005)

A history of violence non è solo un film sulla vendetta, come non è neanche soltanto un film sul tema del doppio (che sì, è tipico di Cronenberg e quindi non mi permetterei mai di dire che non c’è). E’ soprattutto un film sulla perdita dell’innocenza.
La vita della famiglia viene sconvolta dalla violenza che entra nella casa e improvvisamente cambia tutto. Cambia un rapporto tra marito e moglie che passa dall’essere tutto rose e fiori (con quella scena patetica e tenera allo stesso momento di sesso adolescenziale), a essere duro, cattivo, basato sulla menzogna verso l’esterno per tenere in piedi una parvenza di felicità (e il sesso diventa bestiale e violento, praticato sulle scalinate della casa).
Cambia il giovane figlio adolescente, timido e apparentemente incapace di difendersi, che si rivela più cattivo dei cattivi compagni di scuola che bevono e guidano mentre lo fanno.
Cambia la faccia di una cittadina che scopre la violenza, tra una tazza di caffé e una fetta di torta.
L’unico che prova a non cambiare è il protagonista stesso. Perché ha cercato di seppellire quella sua metà nel deserto “ci ho messo tre anni a ucciderlo”, confessa alla moglie, non aspettandosi che potesse tornare dal mondo dei morti.


La violenza che impregna il film è secca, diretta, non coreografica, non elegante come in un film di John Woo. Viggo Mortensen non uccide con la grazia di Chow Yu Fat, ma con la cattiveria necessaria di chi cerca di fare più danno possibile, nel minore tempo necessario. E soprattutto la violenza del film impregna tutta la pellicola, nel momento in cui si rivela: il sangue si attacca ai vestiti, sporca mani e volti, intacca rapporti di amicizia e basati su fiducia e stima (quello sceriffo che decide di non chiedere oltre, ma che ormai visibilmente non si fida più del protagonista e di sua moglie).
E soprattutto è violenza che cambia per sempre la vita. Perché dopo tutto quel sangue e quelle menzogne niente sarà mai più come prima. La scena finale, davanti al piatto di polpettone apre uno spiraglio di possibilità quasi tutti inquietanti. Scartata la più consolatoria e rassicurante (il male è passato, ora la vita può tornare come era una volta), restano due inquietanti possibilità: il ritorno a una finta normalità, all’ipocrisia del “non è successo niente”, del “tutto va bene, madama marchesa”, la vita di una famiglia che si mente ogni giorno, mangiando il polpettone e fingendo di non sentirci il sapore di sangue e pallottole. O una famiglia ormai distrutta, costretta a una convivenza nella quale nessuno potrà mai più guardare l’altro senza ricordarsi cosa è accaduto e, soprattutto, senza vedere quello che davvero l’altro è.

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: