In difesa della lingua

Se c’è una cosa per la quale si possono prendere per il culo i francesi è il loro sciovinismo. La loro difesa comunque e ovunque di ciò che è della loro cultura, dalla baguette alla Statua della Libertà. Però, tra le altre cose, i francesi ci tengono, alla loro lingua. Enormemente.
Al punto di fare cose che, tutto sommato, sono abbastanze buffe, tipo tradurre ogni termine tecnico che passa in quest’era di tecnologia esasperata.

Il mouse lo chiamano topo e il link lo chiamano liana. E insistono a chiamare il computer calcolatore. Figuriamoci se non li prendiamo per il culo perché non dicono settanta, ma sessantadieci o quattrovolteventidieci invece di novanta.
Ho spesso pensato anche io che la loro difesa della lingua raggiungesse dei livelli atroci, al livello del parossismo.
Poi ho cominciato a guardarmi in giro, nella mia cara vecchia Italia.
L’inglese è ovunque. Io capisco che uno vada a fare footing invece che a correre e mi va pure bene – ma neanche tanto – che esco per l’happy hour. Ma quando parli con gente che ti dice che devi fare revenue, che ci sono delle cancellation policy, che dobbiamo capire il mood con il quale presentarsi al cliente, mi viene l’urticaria.
Siamo schiavi dell’inglese. Punto. Il massimo si è raggiunto quando un mio amico ha chiesto al cameriere di upgradare l’acqua – e non chiedetemi cosa diavolo voglia dire, perché a distanza di anni non l’ho ancora capito.
Resto dell’idea che potremmo dirci chiaramente che siamo in un periodo dove vogliamo incassare. O che ci sono delle penalità di cancellazione. E che magari vorrei un altro bicchiere d’acqua o che ora vorrei della Coca o qualsiasi cosa voglia dire upgradare l’acqua.
Le invenzioni letterarie dei Penauts (il burropardo di Lucy, per dire) sono cose da Oscar, perché ci si è impegnati con la lingua, ci si è giocato per raggiungere delle soluzioni originali, divertenti e, per Dio, in italiano.
Non è rigurgito fascista. Non voglio tornare a quello che diceva il mascellone bolso. Ma suppongo che ci sia una differenza tra chiamare il mouse topo e dovermi sentire dire che uno vorrebbe vedere il future planning delle camere.

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11 Risposte to “In difesa della lingua”

  1. Egalmon Says:

    credo che, per alcuni, aggiungere parole inglesi al loro vocabolario italiano dovrebbe renderli più affascinanti (cosa che per me è ridicola). nell’ambito lavorativo pare che renda la figura che ne fa uso, più professionale agli occhi dei sottoposti e/o colleghi (anche questo uso è alquanto discutibile). se invece imparassero a parlare bene l’italiano?

  2. Rabè Says:

    Sentire qualcuno che parla bene l’italiano è ormai una rarità. A me, personalmente, viene l’orticaria quando sento un “gli” riferito ad una donna o un indicativo al posto di un congiuntivo.
    A volte ho il sospetto che questo uso sfrenato di termini stranieri (usati anche a sproposito – vogliamo parlare della Bruni indicata al tg come “First Lady” e non “Premiere Dame”, se l’ho scritto sbagliato chiedo scusa, non ho studiato francese e per favore correggetemi) serva a sviare l’attenzione dalle enormi lacune in italiano.

  3. lupigi Says:

    > quattrovolteventidieci invece di ottanta

    Tu saprai anche l’italiano, ma con la matematica proprio non vai d’accordo.

  4. Tomo Says:

    Un francese leggendo quello che hai scritto direbbe: “Mah… bah… bof… uhm… pff… prrr…”

    Ah, i cari vecchi Colgate e Goldone…

  5. therealzen Says:

    @Lupigi: ehm..e sono pure laureato in francese, eh? E’ che ero di fretta, l’ho scritto prima di scappare al lavoro, con una radio in italiano sparata nelle orecchie, le cavallette, il terremoto, NON E’ COLPA MIA!

  6. Tie Pilot Says:

    Beh,lui….è fatto cosi’!

  7. Rudy Says:

    allora, che tu ci creda o meno, ho parlato pure io di questo argomento sul mio blog un paio di settimane fa: non so se definire questa cosa empatia… o forse dovrei dire empathy 😉
    a parte gli scherzi abbiamo raggiunto livelli di inglesizazione imbarazzanti. mi permetto di copiare un piccolo tratto di comunicato stampa che mi è capitato per le mani poco tempo fa: “L’evento che unisce in una sola giornata: Forum-Workshop-Roundtable-Exposition-Information-Networking.
    E’ previsto un Network Drink per intrattenersi e stabilire contatti business esclusivi con relatori e partecipanti.” ora, qualcuno mi sa dire che cazzo sia un network drink? ci sono parole che vanno benissimo in inglese (penso alla parola streaming per esempio, di difficilissima traduzione) ma quelle per cui abbiamo un corrispettivo in italiano, smettiamola di inglesizzare! scusate lo sfogo 🙂

  8. Erebel Says:

    aperitivi di rete? 😀
    aperitivo di socializzazione?
    certe volte l’inglese suona meglio, ma è fuor di dubbio che, soprattutto in ambito lavorativo “corporate” (:P) si esageri. Il mio job, la task, scheduliamoci (!!!), e via dicendo, sono orridi. C’è persino qualcuno che dice “fa senso”, e non per indicare lo schifo.

  9. kfd Says:

    Anni fa avevo una Professoressa di francese di origine belga. Mi ha spiegato che in Belgio (e in alcune zone della Francia) usano dei più sensati ‘septante’, ‘optante’, ‘neufante’ (chiedo scusa in anticipo se non li ho scritti correttamente… fate conto che volessi giusto rendere l’idea) al posto degli esalaranti ‘sessantadieci’, ‘quattrovolteventi’ e ‘quattrovolteventidieci’…
    Ad ogni buon conto credo che gli islandesi siano ancora più ‘buffi’ dei francesi nel creare parole… il computer lo chiamano ‘tölva’, ovvero ‘profetessa dei numeri’… il telefono, invece, si chiama ‘sim’, che non ha niente a che fare con la moderna sim dei nostri cellulari, ma significa ‘cavo’. 🙂

  10. fede_bl Says:

    Scusate sono di fretta, devo finire di expare il pc grindando col pet per poi farmi ticciare più skill che posso dal trainer di professione. Più tardi poi se ho tempo ci sarebbe da craftare una trentina di crafting station per maxare la mia possibilità di experimentation sui vari items.

    Dite che ho esagerato ? 😀

    F

    p.s. @ Rabè.
    Qui a roma esiste un pronome solo “je” del tipo “Signò che vole che je dica”. Semplificazione prima di tutto 😀

    Volevo metterla un po sullo spiritoso, nn mi linciate 😀

  11. Davide Says:

    mmm “Lien” (link) non dovrebbe essere “legame” (e non liana)?

    Sicuramente i francesi (e lo Stato francese) hanno un grande amore per la loro lingua, ma questo deriva semplicemente dal fatto di sentirsi in qualche sorta responsabili della difesa della loro cultura (e dell’economia che a questa cultura è legata). Possiamo chiudere tutto nella scatola dello sciovinismo, ma la questione è un po’ più articolata di come sembra a prima vista: lo stato francese cerca di promuovere la “francofonia” e la cultura francofona in tutte le sue forme (cinema, scrittura etc.) tenendola viva (anche soprattutto dal punto di vista finanziario) con una ricaduta che si estende (non dimentichiamolo) a tutta l’area francofona (africa del nord e africa nera, quebec, isole del pacifico, libano, caraibi etc.).

    Si tratta quindi di permettere a una cultura di rimanere viva (anche grazie ad un grande investimento economico: in Francia, se non ricordo male, per fare un esempio, si producono il triplo dei film che in Italia e le entrate ai cinema sono praticamente il doppio) e non solo una storia di difesa di termini bizzarri (che poi non lo sono tanto: è semplicemente una “tradizione culturale”)

    Ad ogni modo non fatevi ingannare: anche i francesi si trovano ogni giorno confrontati a marketing, timing, jogging, planning e via dicendo..

    Davide.

I commenti sono chiusi.


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