Archive for luglio 2007

La classe non è acqua…

luglio 25, 2007

Simpatico scherzo coniugale che potete vedere qui. Da notare la reazione tutto sommato composta della moglie; non posso fare a meno di pensare che la mia Dolce Metà sarebbe giaciuta a letto morta stecchita, al suo posto.

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Tempi migliori

luglio 23, 2007

– La mia serata non è andata molto meglio, sai?- disse all’improvviso.
– No? E come mai?
– Io e Pietro abbiamo litigato.
– Oh, mi dispiace. Posso chiederti il motivo?
Non so perché, ma avevo l’impressione che se avesse detto “era geloso di te” mi sarei sentito sul tetto del mondo. Ma ovviamente sapevo che la cosa era lontana anni luce dalla realtà.
– Questioni personali.- rispose secca.
– Scusa.- ribattei imbarazzato.
– No, intendevo dire che si tratta di sesso.
Botta. (more…)

Harry Potter è il fantasma di Keiser Soze…

luglio 21, 2007

C’è solo una cosa che trovo più irritante dello spoiler sull’ultimo libro di HP che quelli (stronzi) di Repubblica hanno sparato nella prima pagina del sito – carattere 20. Grosso come una casa. In alto a destra. Impossibile da non leggere e con tutte le informazioni in mezza riga.
Quello che mi irrita maggiormente sono le reazioni di chi, della saga di HP, non gliene frega una mazza.
Si dividono, poi, in due categorie: quelli che proprio si disinteressano dell’argomento e ti sputano addosso dei borsettistici (cfr. Labranca) “Ma ti rendi conto che nel mondo ci sono situazioni peggiori, tipo la road map palestinese?” e quelli che proprio se ne fregano e cercano di tirartelo loro, lo spoiler, non sia mai che sia riuscito a evitare Repubblica e TGCom.
Qualcuno mi deve spiegare che divertimento ci può essere, nella mancanza di rispetto. Qualcuno mi deve spiegare perché svelare il finale di HP deve essere considerato buffo. Forse perché è considerata una roba da bambini. Forse perché invece di occuparmi della fame del mondo, amerei leggere il libro senza sapere cosa succede alla fine.
Invece no.
Invece ti dicono tutto. E ridono di te se ci resti male. Perché, tutto sommato, a loro non frega niente. A loro frega che importi a te, così che possano divertirsi a vederti mentre ti disperi.
Però, se vai da una di queste persone e gli dici che “E’ stato il padre a uccidere Laura” o che “Alla fine Alex torna a fare il teppista”, allora magari si incazzano, perché ti sei permesso di rovinargli l’esperienza.
Ecco. La differenza tra me e loro è questa.
Io non lo farei mai.

Secondo convoglio…partito.

luglio 20, 2007

Ho appena finito di scrivere il mio secondo romanzo. 115 pagine che, al momento, avrei difficoltà a spiegare con cosa ho riempito.
E, come ogni volta che finisco una storia, mi prende un pò di tristezza.

Peggio di Hogwarts…

luglio 19, 2007

Il nuovo receptionist se n’è andato. Dopo soli tre giorni di prova.
Il posto al front office del mio hotel è peggio della cattedra di Difesa dalle Arti Oscure.

Let’s get it on

luglio 19, 2007

Capita che io abbia dei colleghi di lavoro che sono, in molti casi, dei perfetti idioti.
Ma, come si sa, quello che la natura ti leva da una parte, ti restituisce dall’altra. Ora, saranno incapaci di fare il lavoro decentemente, ma sulle fesserie sono preparatissimi.
E’ così che uno dei nuovi colleghi, mentre cerco di spiegargli cosa si fa durante un turno di notte, decide che è tempo di mettere su musica e mi presenta una nuova radio online. La uso regolarmente, quando lavoro – a casa no. A casa ascolto pezzi precisi, nella fattispecie, ultimamente, l’ultimo album di Suzanne Vega, qualche pezzo di Jacques Brel e la colonna sonora de “La Compagnia dell’Anello” che mi serve per lo spettacolo di fine Novembre.
Questa radio ha i canali divisi per tematiche, come tutti i canali online. Bella scoperta, mi si dirà; ma il punto è che non è questo il nodo centrale. Ci sono alcuni canali che ascolto frequentemente e cioè quelli divisi per decadi.
E alcune scoperte sono state curiose.
Il canale anni ’90 mi ricorda un sacco il mio periodo universitario. Però è anche intriso di un sacco di robaccia che non ascoltavo allora e che non riesco a sopportare neppure adesso – sebbene certi pezzi degli Oasis e dei Blur mi siano più sopportabili ora che ai tempi -, nonostante mi impegni. Ogni tanto salta fuori roba tipo “Don’t touch this” di McHammer e mi trovo a sorridere.
Il canale anni ’80, sì, OK, è bello e nostalgico. Gli anni ’80 sono stati qualcosa di strano e indefinito, per me, per quanto alcune canzoni del periodo mi diano i brividi – “Take on me” e “Enola Gay” su tutte. Ma anche “Girls just want to have fun” e, per la gioia della mia Dolce Metà, un paio di ballate di Madonna.
Il canale anni ’70 è potente, c’è tanto Led Zeppelin, per dire. Parecchio hard rock. Ci sono i capelli lunghi e le zeppe, ma pure i parrucconi e i balli con Gloria Gaynor e soci. “I will survive” ha lanciato Kevin Kline in orbita e anche sul mio lato-dell’-altro-lato ha un effetto trascinante.  Poi parte la Motown e quando Marvin Gaye intona “Let’s get it on” è tutto perfetto. Ma, nonostante questo, non riesco ad ascoltare il canale più a lungo di tanto. E’ come se richiedesse troppo sforzo, troppo lavoro, troppa concentrazione. E poi via, siamo onesti: quante volte possiamo sopportare “Stairway to heaven”, prima di prendere a testate lo schermo?
Il canale anni ’60 è la mia rivoluzione. Ci passa tutto quello che adoro: i Beatles di “Twist and shout”, ma anche quelli di “A day in the life”. Bob Dylan che canta “It ain’t me baby”, i Mamas and Papas che danno il meglio di loro in “Monday monday”. E gli Stones che ci danno sotto con “Simpathy for the devil” o “Gimme shelter”.
Il canale anni ’50 mi dona Elvis e Little Richard e “Be bop a lula”, ma anche Perry Como e certi pezzi insopportabili come “Put your head on my shoulder” che mi piacciono fino all’inciso, ma poi mi fanno venire voglia di addormentarmi. Sarei stato felice, in quegli anni, ma sospetto che, se non fossi stato un nerd con gli occhialoni, sarei stato un rockabilly alla Gene Vincent, piuttosto che un semi-crooner alla Bobby Vinton.

Indietro non si torna…

luglio 18, 2007

Mio fratello ha dei peli della barba bianca.

Pulp Wars

luglio 18, 2007

Ti chiama e dice: “Sto scrivendo un pezzo sulle nuove religioni.”.
Ahia. L’ho già capito.
Voi no. Voi non sapete di cosa cavolo sto parlando. E in effetti sono qui, in media res, e non mi faccio capire io per primo. Quindi, seguiamo la metodologia Quentin Tarantino.
Occhio che ora parte la scritta sovraimpressa su schermo nero.

1. The Force Incident
Qualche mese fa – per quanto mi renda conto che sia molto meno giornalistico, essere così vaghi – due aitanti giovanottoni sono andati a bussare alle porte dell’ONU chiedendo che la Forza venisse riconosciuta come religione.
La Forza. Quella di Guerre Stellari. Quella che unisce ogni cosa. Me, te, il sasso.
E lo vanno a chiedere a Kofi Annan. Il quale, giustamente, si sarà affrettato a lasciar cadere la questione israeliana, Al Qaeda e l’idraulico che a casa sua ancora non è passato per le tubature intasate per occuparsi della cosa.
Nel modo migliore.
Ha mandato il suo portavoce, Stephane Dujarric, a dire che “non è compito dell’ONU riconoscere le religioni. Con o senza le spade laser.”.
Probabilmente voleva dire: “Ammazzatevi, banda di pazzi”, ma non ha potuto.

2. Oggi.
Quindi mi chiama e mi dice: “Sto scrivendo un pezzo sulle nuove religioni.”
E sai che vuole questo. Vuole che tu gli dica che credi in un’unica Forza che governa la galassia. O che le vecchie superstizioni possono fare poco, contro un folgoratore al proprio fianco.
Il che – annunciaziò! – fa partire il secondo flashback tarantiniano.

3. Me, myself and Yoda
Ne conosco di persone che ci credono. O meglio: conosco dei ragazzini che ci sperano.
Sì, per un adolescente-o-poco-meno che vive in un buco di paese e che trova in Star Wars la sua passione, anche credere nella Forza è un’ipotesi accettabile. Non perché è stupido, ma perché fugge. E la via di fuga, si sa, spesso non la si sceglie, ma ci viene proposta. O quella o si resta dove si è.
Quindi sì. Se lancio l’amo, probabilmente, emergono dei ragazzi che alzano la mano urlando “Io! Io ci credo!”.
Ma non è quello che mi si chiede.
Mi si chiede di adulti maturi, consapevoli e consci di quello che stanno dicendo.

4. Oggi.
Di quelli non ne conosco, per fortuna.
O meglio: ho qualche dubbio su uno o due, ma non ho mai indagato e mi rendo conto che è una fortuna.
Ma ho qualche opinione in merito. E non la esprimo. Assolutamente.
E di questo ringrazio Thank you for smoking – rivisto giusto ieri sera – perché stavo finire come Nick Naylor, il protagonista. La giornalista è indubbiamente carina. E io mi stavo per lasciare andare in dichiarazioni sul fandom starwarsiano che credo mi avrebbero dato qualche problema, se virgolettati.
E poi dicono che i film non ci insegnano niente.

31 film / 7

luglio 18, 2007

Indiana Jones e i predatori dell’Arca Perduta (1981. Steven Spielberg)

A un certo punto de “I predatori dell’Arca Perduta” c’è il nazista cattivo che, come tutti i nazisti cattivi, dice “Heil Hitler”. Del resto, cosa ci si aspetta da un nazista cattivo?
Quello che lo differenzia dagli altri nazisti cattivi è che ha sul palmo della mano ha una bruciatura che raffigura un medaglione che serve per ritrovare una città perduta. Esiste qualcosa di altrettanto geniale, nella storia del cinema?
Indiana Jones – almeno il primo capitolo. Sugli altri due mi limito a dire che non li metterei in questa succinta, per quanto sentitissima, lista – è infuso dello spirito stesso dell’avventura e di quella magia a essa legata. Le atmosfere esotiche, il misticismo e la grandeur di un’impresa che tocca temi inusuali (l’Arca, Dio, la rivelazione). Personaggi archetipici, ma sfacettati. Scene culto – ne contiamo parecchie, dall’inseguimento della palla che rotola, al thug eliminato con un colpo di pistola – che sono rimaste nella storia del cinema e, ancora di più, nel nostro immaginario.
Tutti fischettiamo la “Raiders’ March” se richiesto. Tutti riconosciamo quel cappello.
Indy si snaturerà nel secondo e nel terzo. Il secondo è un pastone delle fantasia fanciullesche di Spielberg e delle paranoie divorziste di Lucas. Il terzo ha reso Indy un cartone animato, perdendo la vena cinica e adulta di cui era dotato. L’Indiana del terzo film non avrebbe mai potuto essere quello del primo.

Della vecchia strada e della nuova…

luglio 17, 2007

Il motivo perché non parlo di un nuovo lavoro, nonostante lo avessi già, è perché faccio ancora il vecchio.
Il motivo per cui faccio ancora il vecchio lavoro, nonostante avessi già accettato il nuovo, è difficile da spiegare.
Diciamo che sono stati quattro lunghi ed estenuanti giorni. Fatti di telefonate, meditazioni, “e se…”, “e ma…”. Di tutto un pò.
Non sarei giusto se dicessi che li ho sofferti da soli, perché ho la fortuna di avere una famiglia splendida, che mi ha sopportato e supportato; così come degli amici meravigliosi che mi hanno detto la loro e una Dolce Metà che mi pare pure inutile sottolinearlo, ma è stata la metà perfetta.
Avevo accettato, dicevo.
Poi è successo che ho iniziato fare il nuovo lavoro. Ho visto il lavoro di agente commerciale. Per un’ora e mezza. Che è stato sufficente a farmi capire che il week end libero è una figata unica e darei il braccio di qualcun’altro per averlo. Ma che non si vale il vivere facendo un lavoro che non ti piace, con il rischio che diventi pure frustrante.
Mi pentirò di tutto questo già domani sera, probabilmente, ore 23.15. Turno di notte.
Ma, per andare sul melodrammatico, in quell’ora e mezza ho visto il resto della mia vita e ho deciso che non era quello che mi interessava.