C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’improvviso desiderio di dimezzare i costi della politica.
Non è sbagliato dimezzare i costi - fosse per me li ridurrei pure a un quarto degli attuali. Sbagliato è, prima di tutto, mostrarci questi cambiamenti come se ci fosse di essere fieri; come se fosse qualcosa di attuato alla velocità adeguata; come se un’operazione del genere non andasse attuata anni fa, quando le auto blu hanno cominciato a diventare un servizio per chiunque e gli stipendi dei politici hanno raggiunto dei livelli impensabili per chi si arrabatta ad arrivare in fondo al mese.
Quello del dimezzare i costi non può e non deve essere un manifesto politico. Dovrebbe - il condizionale è d’obbligo - essere una priorità per qualcuno che si impegna a guidare un paese allo sbando, economico e sociale, come il nostro. Apparire su TV e giornali dicendo che si intende dimezzare i costi non fa di te un eroe. Hai fatto né più, né meno, quello che andava fatto.
La seconda cosa sbagliata è: il dimezzamento dei costi è un concetto molto vago. Ieri la Camera ha approvato la riduzione di 118 parlamentari, che è un inizio. Ma anche uno specchietto per le allodole.
Si parla di stipendi troppo alti. Di numerosi vantaggi tra viaggi, sconti, spese rimborsate. Le spese della politica italiana sono un’idra gigantesca che va tagliata testa per testa, senza fermarsi alle prime due perché si pensa di aver ottenuto un qualche risultato valido.
E, infine, è una questione di semplice mentalità. La mentalità delle cose semplici, ottenute in nome di una carica politica come se fosse ancora l’incoronazione per diritto divino. La mentalità che ti fa dimenticare che sei al servizio, se non dei tuoi cittadini, quanto meno del tuo paese.
Per questo c’è chi, alla riduzione dei parlamentari, non vota. Non è questione di necessità. E’ questione di attaccamento a quei vantaggi ottenuti in maniera arbitraria.
* dal pisano “soldi”.